Ghost In The Shell: chi sei in rete?

“Tutti quelli intorno a me si sentono connessi a qualcosa… a qualcosa a cui io non sono connesso… so di avere un passato, scoprirò chi ero… mi hanno creato, ma non possono controllarmi”

In questi giorni al cinema viene proiettata la versione americana del manga giapponese Ghost In The Shell, ambientato in un futuro non troppo lontano, in cui il confine tra uomo e tecnologia è sempre più labile. Disegnato per la prima volta nel 1989, si adatta ai tempi e ci propone domande che riguardano la nostra identità sul web.

Tutti quelli intorno a me si sentono connessi a qualcosa. E’ un dato di fatto: in qualche maniera, diretta o indiretta, consapevole o inconsapevole oggi siamo tutti connessi a qualcosa. Forse, a quell’Intelligenza Artificiale di cui il Ghost In The Shell degli anni ‘90 s’interrogava sull’esistenza e sulla possibile evoluzione. Che nel 2017 esiste e che prende ispirazione dai nostri comportamenti in rete ma che, per quanto ci sforziamo, per ora non abbiamo idea di cosa sia e quanto ci somigli.

So di avere un passato, scoprirò chi ero. Il protagonista di Ghost In The Shell stavolta è alle prese con i propri ricordi e la domanda critica di tutti “chi sono?”. Questa volta però in rete. Sul web infatti comunichiamo diversi profili su di noi, magari in base al social o alle persone con cui vogliamo connetterci. Nessuno può dire di essere realmente se stesso online, perché comunicare la propria complessità è difficile dal vivo; sul web, tramite aggiornamenti di stato, storie, link, emoticon, commenti, immagini e via dicendo, lo è ancora di più.

Mi hanno creato, ma non possono controllarmi. Ghost in the Shell sembra ci inviti a vedere la nostra identità virtuale come qualcosa di mutevole e priva di confini. Tuttavia, forse, da una prospettiva evoluzionistica, non sarebbe davvero un problema.

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